Del fallimento
Nel processo di ripresa da un fallimento, che sia sul piano personale o professionale, soprattutto quando quel fallimento è tanto “spettacolare” sul palcoscenico della tua esistenza, c’è un momento, al di là della depressione e al di là delle conseguenze pratiche quotidiane che tale fallimento ha comportato col suo impatto più o meno devastante, c’è un momento in cui ti guardi allo specchio e ti chiedi come caspita possa essere stato possibile tutto ciò, come tu abbia potuto formulare quella decisione, fare quella scelta, e a volte la risposta non è così evidente, ti rispondi all’infinito che non lo sai.
Il fallimento non è il contrario del successo, è una parte del successo.
Nome e Cognome
E più ti rispondi che non lo sai, e più ti sembra di essere diventato deficiente, incapace di prendere decisioni corrette.
Anche perchè, se da un lato sei in qualche modo anche tu già “fuori” di fatto da quel fallimento, o almeno dalla concatenazione di azioni che ti hanno fatto andare a sbattere, dall’altro sei ancora troppo coinvolto per avere una visione lucida, e soprattutto globale, di quanto successo e del tuo reale ruolo in tutto ciò. Risultato: ti senti cretino, sempre più cretino, quasi incapace di ragionare.
Hai come la sensazione che la spina che alimenta i tuoi processi mentali razionali sia stata staccata, e non sai come riattaccarla.
A quel punto, il ruolo della tua cerchia stretta di persone si rivela fondamentale per invertire questo processo mentale.
Tuttavia, spesso anche ci ti è leale e ti vuol bene, pensando sinceramente sia nel tuo interesse e per un senso di protezione (dalle tue stesse decisioni, che appunto in quel caso si sono rivelate sbagliate), senza quasi volerlo ti chiede di fare un passo indietro, di lasciare per ora “staccata la spina” del tuo cervello, e di seguire semplicemente e pedissequamente i suoi consigli.
Tuttavia, spesso anche ci ti è leale e ti vuol bene, pensando sinceramente sia nel tuo interesse e per un senso di protezione (dalle tue stesse decisioni, che appunto in quel caso si sono rivelate sbagliate), senza quasi volerlo ti chiede di fare un passo indietro, di lasciare per ora “staccata la spina” del tuo cervello, e di seguire semplicemente e pedissequamente i suoi consigli.
Risultato: tu ti senti ancora più stupido, e in qualche modo “socialmente inutile”, proprio perchè incapace di formulare “pensieri validi”, e quindi “utili”.
E ti arrovelli, ti arrovelli, ti arrovelli.
E’ un vero e proprio circolo vizioso, ti senti solo, senti che il tuo fallimento è un vero e proprio “marchio” che ti porti con te in ogni scelta quotidiana, persino nelle più semplici, è insomma, per citare un classico del cinema “una lettera scarlatta”.
Tu in realtà avresti bisogno dell’esatto contrario
di sentirti dire che sì hai sbagliato, ma che tutti in fondo sbagliano, che sì hai fatto un disastro, ma che dai disastri, se si sa coglierne l’insegnamento, possono nascere grandi opportunità, di cambiamento, di futuro, e perchè no, di successo.
In quei momenti sei tu il giudice più severo di te stesso, e chi ti vuole aiutare dovrebbe semplicemente aiutarti a toglierti di dosso i sensi di colpa, a razionalizzare, ad essere più lucido, ad acquisire una maggior consapevolezza, una “visione dall’alto”.
Serve coraggio, molto coraggio, sia da parte tua, nel tornare a decidere, ad agire, o semplicemente a pensare, sia da parte di chi ti vuole aiutare, perchè deve avere il coraggio di tornare a “rischiare” con te, di tornare a dare fiducia ad una persona che ha sbagliato, che ha fatto danni, che ha intrapreso magari una concatenazione di scelte sbagliate.
E come si fa? Come si fa a tornare a stimolare a ragionare con la propria testa una persona la cui “testa” lo ha fatto schiantare contro il muro?
“Si puooooò faaare!”, per citare un altro classico del cinema.
Occorre che anche chi vuole aiutare, a sua volta, in qualche modo si ponga su un piano di osservazione più elevato rispetto a quel fallimento, a quelle scelte, occorre che a sua volta l’osservatore si “estranei” maggiormente dai fatti accaduti, e veda la persona che ha davanti nel suo complesso, dalla nascita a quel momento, per poi prendere quella persona per mano e aiutarla ad estraniarsi a sua volta.
Solo un’ottica “dall’alto” può consentire di riprendersi dalle cadute, altrimenti lo sforzo diventa insostenibile, inumano.
Ed anche se poi si riesce ad acquisire una visuale “dall’alto”, comunque lo sforzo da compiere per riprendere in mano i propri pensieri, le proprie azioni, il proprio io, la propria vita, è uno sforzo immenso, ma diventa umanamente fattibile.
L’ottica dall’alto consente anche di vedere nel suo complesso quel terribile aggrovigliarsi di pensieri tossici, che ti tengono incatenato e confuso nella “fossa dei tuoi sbagli” e che non ti consentono di risalire. E una volta che vedi quella matassa di pensieri dall’alto, cambi prospettiva, e piano piano, sforzandoti, scopri che ti è possibile scomporre quel “gomitolo tossico” in singoli pensieri, e se il “gomitolo” è spaventoso, i singoli pensieri lo sono molto meno, e soprattutto sono razionalizzabili, metabolizzabili, e quindi dissolvibili. A mano a mano (stavolta passiamo alle citazioni musicali) la testa ti diventa più leggera, scopri che il muro intorno a te non è più così consistente, e nemmeno le catene che ti tenevano nella fossa, inizi a tornare a pensare lucidamente, ad agire, a decidere, a far quindi tesoro degli errori, degli sbagli, dei fallimenti.
L’ottica dall’alto consente anche di vedere nel suo complesso quel terribile aggrovigliarsi di pensieri tossici, che ti tengono incatenato e confuso nella “fossa dei tuoi sbagli” e che non ti consentono di risalire. E una volta che vedi quella matassa di pensieri dall’alto, cambi prospettiva, e piano piano, sforzandoti, scopri che ti è possibile scomporre quel “gomitolo tossico” in singoli pensieri, e se il “gomitolo” è spaventoso, i singoli pensieri lo sono molto meno, e soprattutto sono razionalizzabili, metabolizzabili, e quindi dissolvibili. A mano a mano (stavolta passiamo alle citazioni musicali) la testa ti diventa più leggera, scopri che il muro intorno a te non è più così consistente, e nemmeno le catene che ti tenevano nella fossa, inizi a tornare a pensare lucidamente, ad agire, a decidere, a far quindi tesoro degli errori, degli sbagli, dei fallimenti.
Perchè ricordiamocelo, sempre, alla fine si scopre anche che si impara molto più dai fallimenti che dai successi, e che anche per questo vale davvero la pena non mollare, mai!