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Il rischio di diventare invisibile

Anche a se stessi

Io per tanti anni, per lavoro, ho trascorso tantissimo tempo in giro per il mondo, in particolare in Nord America. In quelle mie peregrinazioni, nelle quali mi spostavo anche in Canada, mi sono imbattuto molto spesso nei cosiddetti “invisibili”, persone che, per un motivo o per l’altro, non riuscivano più a rialzarsi dai loro errori, dagli eventi della vita, spesso anche a causa di veri e propri loop mentali nei quali erano rimasti prigionieri
La grandezza di una società si misura da come tratta i suoi membri più vulnerabili.
Nome e Cognome
Vi chiederete magari come faccia a sapere di questi loop mentali, ed è molto semplice il perchè: quando mi era possibile ci parlavo con queste persone, ascoltavo le loro storie, cercavo di ragionare con loro, seppur per un tempo molto limitato. Di una cosa mi accorsi sin da subito, ovvero lo stupore negli occhi di queste persone, quando si rendevano conto che c’era ancora qualcuno disposto ad ascoltarle, e non solo a giudicarle e spesso purtroppo a disprezzarle.
Ricordo una sera, nel centro di Vancouver, dove in Inverno si riversano tantissimi homeless dal Nord America, per via delle temperature decisamente più miti.
Questo signore era emozionato, incredulo (me lo disse lui esplicitamente), di come un altro essere umano, dopo tanto tempo, gli prestasse attenzione, lo stesse ad ascoltare. E non vi dico la reazione quando gli permisi di abbracciarmi, ne rimase esterrefatto, se non scioccato, In tutte queste storie umane, quasi sempre dietro la disperazione, o semplicemente la rassegnazione che alla fine subentra, ci sono storie magnifiche, di amore, di passioni, di viaggi, di lavori interrotti, di avventure.

Sono spesso persone che hanno lottato tanto, che per tanto tempo non si sono arrese, ma che arrivate ad un certo punto hanno detto BASTA, a se stessi e al mondo. 

Uno dei problemi legati a questo fenomeno di rassegnazione è che quando tutti noi viviamo un fallimento, soprattutto se traumatico e che ha un forte impatto sulla nostra realtà, tendiamo poi gradualmente ad identificarci con quel fallimento.
Mentalmente, nella nostra concezione del sè, noi diventiamo quell’errore, quella concatenazione di errori, quel fallimento.
Noi alla fine siamo quel FALLIMENTO.
Ed è da lì che occorre ripartire, proprio da come noi concepiamo noi stessi, invertire la dinamica, ovvero capire che noi non siamo quel fallimento, che quel fallimento è solo una parte del nostro percorso, ma che noi siamo di più, molto di più. Dobbiamo fare lo sforzo di ripensare noi stessi come un insieme di tante cose, positive e negative, un tutto fatto di pregi e difetti, di cui quel determinato fallimento, o quell’evento della nostra vita, rappresenta solo e soltanto un momento, un pezzo del percorso, che in qualche modo dovevamo attraversare e dal quale possiamo trarre anche qualcosa di positivo.

La parte più difficile è quella di tornare noi per primi a concedere un’altra chance a noi stessi. Spesso, per non pensare, spaventati da quei loop mentali insopportabili, ci si rifugia nell’alcool, o in qualsiasi cosa che annebbi il cervello, per non pensare, quando pensare coincide con il soffrire. Tuttavia, in quelle situazioni, non c’è nessuno che possa fare quell’inversione ad U mentale, a parte noi stessi.
Poi, certamente, anche convincere gli altri a ridarci un’altra possibilità non è semplice, soprattutto nei contesti dove il fallimento viene stigmatizzato.
Negli Stati Uniti, se si ha la forza, il coraggio e la tenacia di ripartire da sè, ripartendo dai lavori più umili, è più facile per certi versi risalire, perchè il fallimento di per sè non è stigmatizzato. Se tu hai avuto posizioni apicali ad esempio, e poi per qualsiasi motivo sei caduto, e hai dovuto ricominciare vendendo patatine al Mc, o facendo il portiere di notte, non sei giudicato negativamente, anzi, sei visto come un tipo cazzuto, che non si è arreso per nessuna ragione, ha ripreso con grandissima tenacia e determinazione la propria vita in mano ed è ripartito. Anche perchè dai fallimenti si impara, e si impara soprattutto a non ripetere gli stessi errori, per cui da questo punto di vista una persona che si è giò imbattuta in certe dinamiche, che ha compiuto certi errori, che è già cascata, starà molto ma molto più attenta di una persona che attraverso certe dinamiche concretamente non ci è mai passata. E per questo negli Stati Uniti capita che si faccia tesoro, come squadra, proprio di quegli errori, e si reinseriscano in squadra persone che vogliano seriamente rimettersi in gioco ripartendo da se stessi e dai propri errori.
Questa dinamica in Italia è decisamente diversa, e mi è stata confermata nel tempo anche da diversi responsabili del personale .
Hai fallito? Mmmm, noi puntiamo sui vincenti, ci spiace.
Chi da una posizione apicale è per varie ragioni finito a scaricare barilotti in un supermercato, o a fare il badante, è visto semplicemente come uno “sfigato” una persona che ha perso, e quindi perdente, su cui comunque non conviene puntare ed investire. Anzi, nelle rare volte in cui quella persona riesca a reinserirsi, il sistema non tiene in alcun conto tutta la sua esperienza passata, e la persona rimane semplicemente uno “sfigato” da spremere ulteriormente a più non posso, proprio perchè ormai è a terra, è abbattuto, impossibile si riprenda, per cui tanto vale usarlo per quel poco o tanto che ancora può servire. Questo succede per lo più in Italia, e da qui, proprio da qui, da queste dinamiche perverse del mercato, bisogna ripartire, se ci si vuole evolvere come paese, come mercato del lavoro, come persone.
Sì, perchè alla fine di tutto, dopo ogni possibile considerazione, analisi e prima di ogni conclusione, non dobbiamo mai dimenticarci che parliamo di esseri umani, di persone.

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